Giovanni Battista Corvino
 
   
 
 
   
   
   
   
ARMI E VESTIARIO DEI REPARTI ALPINI

Il Corpo d’Armata Alpino era stato preparato per essere impiegato nelle operazioni in montagna, ma mentre avveniva il trasferimento dall’Italia il teatro delle operazioni si modificò perché non necessitavano più truppe da montagna poiché l’Elbrus, quindi il Caucaso era caduto nelle mani dei tedeschi.

Il Corpo d’Armato Alpino , che giungeva in terra di Russia venne impiegato con le altre unità dell’ARMIR in pianura per svolgere operazioni di gran lunga diverse da quelle per le quali era stato addestrato, preparato ed attrezzato.

Purtroppo però alle belle qualità fisiche, morali e di preparazione, non corrispondevano nè l’armamento, né l’equipaggiamento né l’organizzazione logistica, specie quella dei trasporti e dei rifornimenti.

Quanto alle armi era in distribuzione il vecchio fucile a ripetizione modello 1891, l’alpino aveva in dotazione 72 colpi da fucile e 4 bombe a mano, che non poteva competere certamente a sostenere il paragone con i fucili semiautomatici ed automatici russi, spese con la famosa pistola mitragliatrice “Spaghin” calibro 7,62, meglio nota con il nome di parabellum, fornita di un caricatore a tamburo rotondo capace di 72 colpi. Solo alcuni ufficiali italiani, a loro spese si erano dotati della pistola mitragliatrice “Beretta” con caricatori da 20 o 4° colpi.

Il fucile mitragliatore “Breda 30” in dotazione ad ogni squadra fucilieri era un’arma delicatissima, facile agli inceppamenti soprattutto nelle basse temperature, le mitragliatrice “Breda 37” calibro 8 ed i mortai da 81 erano armi abbastanza valide. I mortai da 81 erano raggruppate nella compagnia armi di accompagnamento con i quattro cannoni 47/32, che si rilevarono subito largamente inadatti al loro scopo, i suoi proiettili non erano in grado di perforare le spesse piastre d’acciaio del famosi carri russi “T34” che pesavano 280 q.li. Mancava una vera artiglieria controcarro. L’artiglieria campale era rappresentata dall’obice 75/13, costruito per la guerra in montagna, e perciò non idoneo nella lotta in pianura, a causa della piccola potenza e della scarsa gittata.

Anche l’equipaggiamento lasciava molto a desiderare. Le divise non erano di lana , ma di “lanital”, un tessuto di fibre autotarchiche, troppo leggero e facilmente deteriorabile, che non teneva il caldo; limitata la distribuzione dei capi di vera lana, quali mutande, farsetti, calze. Ai piedi gli alpini avevano i famosi scarponi chiodati che, passabili d’estate, divennero, durante il rigido inverno, causa di molti congelamenti perché, attraverso i fori dei chiodi, l’umidità penetrava all’interno, cosicché si formava sotto il piede uno strato di ghiaccio con le tutte le conseguenze immaginabili. Non molti i cappotti di pelliccia ed i calzari di scolta, riservati solo alle sentinelle, e soltanto dopo il primo ciclo dei durissimi combattimenti sopportati nel gelo spaventoso della steppa coperta di neve , si poté avere un certo numero di stivali invernali di confezione tedesca, con suola in legno, in verità non molto comodi.

I reparti del Corpo d’Armata Alpino non erano dotati di automezzi idonei per i grandi spostamenti e le movimentazioni della guerra in pianura, infatti ogni battaglione, la cui forza superava le 1.500 unità, disponeva solo di 4 piccole autocarrete, previste per le ,zone di montagna, con carreggiata molto stretta, e di oltre 350 muli, quindi i movimenti erano molto lenti, così come richiesto dalla guerra in montagna.

Le tradotte che hanno trasportato le truppe in Russia, facevano capo alla zona di Karkow, ossia sul fiume Donez, mentre la zona di impiego era sul fiume Don, distante circa 300 Km. Ed il percorso per il trasferimento fu coperto con faticose e lunghe marce, dagli alpini ,con gli zaini e le armi sulle spalle.

Anche nel dicembre 1942, il trasferimento della divisione “Julia” dalle rive del Don al famoso quadrivio di Seleny Yar , per tamponare la falla creatasi in quel settore dal violento attacco russo, distante circa 100 Km. Fu percorso in 4 gravose marce notturne, con temperature glaciali.

Nonostante le carenze strutturali, il Corpo d’Armata Alpino, in terra di Russia ha scritto pagine di storia e di gloria, in modo particolare nel dicembre 1942 nella zona del Kalitwa nel settore di Seleny Yar respingendo tutti i violenti attacchi russi, non concedendo ad essi di mettere piede sul terreno sul quale si era schierati, arrestandone l’avanzata, e nel gennaio 1943 nel ripiegamento, con i continui combattimenti per aprire un varco per uscire dalla sacca, creatasi con il cedimento del fronte al Sud, culminati con la vittoriosa battaglia di Nicolajewka del 26gennaio 1943, che consentì ad una parte ed ai resti dell’ARMIR, di mettersi in salvo e rientrare in Italia.

Anche gli avversari, i russi, hanno dato pieno riconoscimento, infatti il bollettino di guerra del Comando Supremo Sovietico, n° 630 dell’8 febbraio 1943 così recita:

“……………. Soltanto il Corpo d’Armata Alpino deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia.”

Secondo gli ordini impartiti dai Comandi tedeschi, a ciascuna divisione dell’ARMIR fu affidato un fronte di circa 30 Km., pur sapendo che , in caso di difesa ad oltranza , il fronte da occupare non dovrebbe superare i sei-otto Km.. La tattica dei tedeschi impose una linea rigida di difesa sul fiume, impedendo di attestarsi su alture , cosa che avrebbe permesso una migliore difesa, e il dislocamento su un fronte più ampio diluì pericolosament le truppe, facendo sì che tutti gli uomini fossero impegnati in prima linea e che alle loro spalle non ci fossero riserve.

Per meglio inquadrare la situazione si tenga presente che ogni divisione alpina era costituita da 2 Reggimenti, ogni reggimento da 3 battaglioni, ogni battaglione da 3 compagnie, ogni compagnia da 3 plotoni fucilieri ed uno di armi da accompagnamento.

  • “1 Divisione = 2 Reggimenti = 6 Battaglioni = 18 compagnie = 54 plotoni fucilieri e 18 plotoni armi di accompagnamento. Ogni plotone mediamente era di 35-40 uomini.
Considerando che ogni reggimento aveva due battaglioni in linea ed uno di rincalzo il fronte dei 30Km. veniva difesa da 36 plotoni fucilieri e 12 di armi da accompagnamento per complessivi 1.800 uomini.

Tenente Colonnello Giovanni Battista Corvino