Giovanni Battista Corvino
 
   
 
 
   
   
   
   
Breve racconto e considerazione sulla mia vita
Sono nato a Foggia il 17 agosto 1922 ( non il 15 agosto come trascritto negli atti ufficiali). Siccome mia madre non aveva latte, fu ritenuto opportuno, come le usanze del tempo, affidarmi ad una balia ad Ariano Irpino ( famiglia Memoli).
Dopo quasi un anno mi riportarono a Foggia, nel frattempo, mio padre, macchinista delle FF.SS. fu licenziato per aver partecipato a degli scioperi dopo l’avvento del Fascismo, per cui a soli 32 anni con una famiglia con 3 figli si trovò senza lavoro e con la difficoltà a reperirne altri perché, in uno stato con partito totalitario era considerato antifascista.
Riuscì , dopo vari tentativi a trovare un lavoro a Torino, come operaio in una acciaieria. Abbiamo vissuto in ristrette economiche, e nonostante tutto noi figli ( io e tre sorelle ) abbiamo conseguito un diploma.
Dopo tre anni a Torino rientrammo a Foggia e mio padre dopo un periodo di totale disoccupazione fu ingaggiato dalla ditta Chenet, che si occupava di lavori di costruzione di nuovi tronchi ferroviari, come macchinista, per cui ci trasferimmo ad Avigliano Scalo (PZ) per la costruzione del tronco ferroviario Avigliano-Pietragalla. Al compimento dei 5 anni frequentai la 1^ elementare. Dopo 3 anni ci trasferimmo a Pignola (PZ) seguendo mio padre sempre con lo stesso lavoro nella stessa ditta.
Rientrammo a Foggia quando frequentavo la 4^ elementare ed ho proseguito gli studi fino al diploma, conseguito nell’anno scolastico 1938-39, per iscrivermi alla Università, all’Istituto Orientale di Napoli alla facoltà “Scienze Coloniali” senza la possibilità economica di poterla frequentare.
Intanto mio padre , dopo vari tentativi, aveva , nell’anno 1936, trovato occupazione nello nascente Stabilimento di Foggia della ditta Pomilio per la fabbricazione della cellulosa dalla paglia di grano (eravamo nel periodo dell’autarchia) e della carta.
Lo Stabilimento di Foggia, fu successivamente acquisito dall’Istituto Poligrafico dello Stato, ed affiancato dal complesso denominato Centro Chimico Militare, che avrebbe dovuto utilizzare il cloro prodotto con processo elettrolitico, unitamente alla soda per la cottura della paglia, per la produzione dell’iprite per usi bellici.
L’Italia si preparava per entrare in guerra al fianco della Germania, per cui molti partivano per il servizio militare e quindi si creava la necessità di reperire forze nel lavoro. Fui assunto nello Stabilimento di Foggia, che prese il nome di INCEDIT (Industria Cellulosa d’Italia) nel quale lavorava mio padre, come impiegato d’ordine.
Nel gennaio 1941, vivendo con tanta passione, interesse ed entusiasmo le avventure dell’Italia, guerra d’Africa, conquista dell’Etiopia, proclamazione dell’Impero, guerra di Spagna contro il bolscevismo e l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 a fianco dei tedeschi contro la Francia e l’Inghilterra, ritenni di dover dare il mio contributo alla Patria.
Come universitario ero iscritto al GUF (Gioventù Universitaria Fascista) inoltrai domanda di arruolamento volontario, avevo 18 anni e mezzo. Ebbi la facoltà di scegliere il corpo e scelsi gli Alpini per cui fui destinato al 7° Reggimento Alpini a Belluno per andare in zona di operazioni, ma una disposizione Ministeriale del gennaio 1941, abolì la concessione del ritardo al servizio militare, per motivi di studio, per i nati nell’anno 1921 per cui tutti gli universitari nati in quell’anno furono chiamati alle armi e considerati volontari universitari ed assieme ai volontari veri ( su domamnda) furono obbligati a frequentare il corso A.U.C. (Allievi Ufficiali di Complemento) . Fui trasferito con altri ad Aosta alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo e nel giugno 1941 fui promosso sergente ed assegnato al 5° reggimento Alpini Battaglione Edolo a Merano e poi in Val Passiria a Moso.
Nel settembre 1941 fui inviato ad Avellino per proseguire il corso Allievi Ufficiali di Complemento. Promosso sottotenente il 15 febbraio 1942 fui destinato al 7° Reggimento Alpini in Belluno ed assegnato al Battaglione reclute del Val Cismon, durante il periodo del campo estivo ad Agordo fui trasferito al Battaglione Val Cismon che era passato al 9° Reggimento Alpini che con l’8° Reggimento formavano la Divisione Julia, che rientrata dalla Grecia, si apprestava a partecipare alla campagna di Russia.
Nei primi di agosto con tradotte partimmo per la Russia raggiungendo Jsium sul fiume Donez, e dopo diverse marce percorrendo circa 300 Km. ci portammo sul fiume Don nella zona di Rossoch-Pawloska, dando il cambio agli ungheresi sul fiume Don.
Ero comandante di un plotone fucilieri della 277^ compagnia , vigilando ed avendo anche scontri con i Russi che stazionavano sull’altra sponda del Don, facemmo grossi lavori , sia per migliorare ed approfondire i camminamenti, sia per costruire dei bunker prevedendo di doversi difendere dai rigori dell’inverno.
Nel mese di dicembre iniziò la grande offensiva russa, che sfondo il fronte nell’ansa del Don, nel punto di congiunzione tra il Corpo d’Armata Alpino e le divisioni di fanteria con avanzamento di 30-40 Km. Per tamponare la falla, la Divisione Julia fu sostituita nel suo settore dalla Divisione di fanteria Vicenza e trasferita, con 4 marce notturne, percorrendo circa 100 Km., nel settore del cedimento al famoso quadrivio di Seleny Yar, che portava a Iwanowka-Deserowka. Il tutto avveniva con temperature glaciali, il campo di battaglia era totalmente allo scoperto ed il nostro equipaggiamento ed armamento era assolutamente non idoneo.
Il fronte si estendeva dalla quota 205,6 a nord-ovest di Deserowka alla palude gelata del fiume Tsechernaja Kalitwa. A rendere ancora più grave questa sfavorevole situazione tattica concorreva la mancanza di qualsiasi elemento di fortificazione campale, non una trincea, non un ricovero, non una postazione per le armi, non un metro di reticolato, non una mina, ma solo steli anneriti di girasole, neve gelida ammulinata da un vento tagliente, che ricopriva abbondantemente la terra nera indurita dal freddo, ed aveva riempito le “balke” le vallette ed i fossi. Ci trovammo a dover combattere contro due nemici, i Russi ed il gelo, fu una lotta terribile che richiese una somma enorme di sofferenze in una lotta dalla quale uscimmo decimati, ma vittoriosi, sulle posizioni affidateci per difenderle, il nemico, nonostante i reiterati tentativi non mise piede.
Gli attacchi giornalieri dei russi iniziavano verso le tre della notte e si protraevano per diverse ore, e nonostante le difficoltà e la insufficienza di mezzi a disposizioni per contrastare le forze russe, superiori in numero e meglio equipaggiate ed armate, alla fine venivano respinti con gravi perdite di vite umane. Tra i grossi combattimenti a quota 205,6 e 204,6 vanno particolarmente ricordati per la violenza e le numerose perdite subite ed inflitte quelli dal 22 al 28 dicembre. I combattimenti si protrassero sino alla fine di dicembre, quando i russi resisi conto che i loro attacchi non avrebbero avuto successo, decisero di tentare lo sfondamento al Sud, creando la famosa sacca, che provocò la grande ritirata conclusasi con la battaglia di Nicolajewka del 26 gennaio 1943, che permise ad una minima parte di sfuggire alla cattura. Io fui ferito in combattimento da pallottola il 28 dicembre a quota 205,6 e trasportato, con autoambulanza, all’Ospedale di Rossoch ed il giorno successivo a quello di Karkow, per poi rientrare con treno ospedale in Italia. Nell’azione nella quale fui ferito, per il mio comportamento fui proposto per la concessione della Medaglia d’Argento al Valor Militare, concessami, a causa dei noti eventi bellici, nell’anno 1952 di bronzo.
Rientrato in Italia, dopo il periodo di convalescenza nell’aprile 1943 sono rientrato al deposito del 9° Reggimento Alpini a Gorizia, ove chiesi di rientrare al mio battaglione di nuova formazione prima a Longarone e poi trasferiti nell’alta Valle dell’ Isonzo ( Idria- Montenero d’Idria) per operazioni di presidio e lotta contro i partigiani slavi.
L’8 settembre 1943 (giorno della dichiarazione dell’armistizio) eravamo in quella zona e con il reparto compatto raggiungemmo con tre marce notturne Gorizia la sera dell’11 settembre, avendo anche uno scontro con slavi che stavano minando il ponte sull’Isonzo.
Il 12 settembre il reparto, non avendo ricevuti ordini, si sciolse, come neve al sole, solo un gruppo di alpini ed ufficiali rimasti uniti, con le quattro autocarrete, raccogliendo tutto il materiale che si era riuscito a recuperare, evitando di incontrare i tedeschi ed attraversando il fiume Tagliamento a guado, raggiungemmo Feltre, nostro centro di mobilitazione ove consegnammo il materiale e l’armamento recuperato.
Rimasi ospite a Montebelluna del tenente medico della mia compagnia, dott. Salvatore Vergani, e dopo alcuni giorni vissuti con l’ indecisioni sul da farsi, rifiutandomi di entrare nelle formazioni partigiane, perché non intendevo entrare in contatto con gli slavi, avuti come pericolosi avversari fino al 12 settembre, decisi di scendere al Sud unitamente a Pietro Lama di Jesi, sergente del mio battaglione . Dopo alcuni giorni trascorsi, ospite di Lama , si ripresentò il problema, per cui decisi di continuare da solo l’avventura dell’avvicinamento al Sud. Alla stazione di Ancona fui catturato dai tedeschi e portato nella Caserma Cialdini, e dopo 15 giorni si paventò il pericolo che ci avrebbero trasferiti in Germania nei Lager con treni merci. Preso dal panico , riuscii a trovare il modo di evadere e raggiungere in treno Pescara, verso la fine di settembre. Il 2 ottobre gli anglo-americani erano sbarcati a Termoli, per cui a piedi, attraversando i vari fiumi (Sangro-Trigno-Foro ed altri) il 14 ottobre attraversai le linee, passando nelle zone occupate dagli anglo-americani nella zona tra Guglionesi e Montenero di Bisaccia.
Raggiunta Foggia, mi presentai dopo qualche giorno al Distretto Militare, che operava a San Severo, e inviato a Bari e poi a Lecce e poi a Presicce, ove vi era un gruppo di alpini. Dopo qualche giorno fui richiesto a Bari presso un gruppo di alpini in formazione, Reparto Esplorante Alpini, in approntamento per essere impiegato nella guerra di liberazione al fianco degli anglo-americani.
Il reparto per l’addestramento fu trasferito ad Alberobello, poi a Nardò ed infine a Cisternino, ove si trasformò in Battaglione Alpini “Piemonte”. In questo nuovo reparto ero ancora comandante di un plotone fucilieri della 3^ compagnia.
Nel marzo 1944, superando notevoli difficoltà il reparto fu inviato sul fronte italiano, nella zona delle Mainarde, per la conquista di Monte Marrone.
Ho preso parte attiva nella conquista di Monte Marrone il 31 marzo 1944 e nella difesa dall’attacco tedesco , che voleva riappropriarsi della vetta la notte di Pasqua del 1944 (9-10 aprile).
Il 28 maggio, iniziando l’avanzata, mi fu assegnato il compito di occupare Colle dell’Altare ed il 29 maggio scendendo dal Balzo della Cicogna nella valle del Canneto ebbi un duro scontro con i tedeschi che volgevano in ritirata, e per il mio comportamento nell’azione mi fu concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare “sul campo”.
Trasferiti sul settore Adriatico nei primi di giugno iniziò l’avanzata da Orsogna, Guardiagrele, Torre dei Passeri, l’Aquila, Tolentino, Ascoli Piceno, Filottrano, Cingoli , il 20 luglio alla testa del mio plotone, attraversando il fiume Esino a guado sono entrato a Jesi, ho proseguito fino alla linea gotica, quando i reparti italiano furono ritirati dal fronte, per la pausa invernale, per essere ampliati e ricostituiti ed equipaggiati sia nel vestiario che nell’armamento con materiale alleato.
Nel settembre 1944 chiesi ed ottenni la licenza per esami universitari e nel gennaio 1945, terminata la licenza, dal Distretto Militare di Monopoli fui inviato a Reggio Calabria, ad un centro di raccolta di richiamati siciliani e dopo la liberazione, nel giugno 1945 inviato al Distretto Militare di Campobasso come componente della commissione discriminatrice dei reduci che tornavano dalla prigionia. Nel gennaio 1946, su mia richiesta fui collocato in congedo.

Rientrato a Foggia ho ripreso il mio lavoro nello Stabilimento dell’Istituto Poligrafico dello Stato come impiegato di concetto. Essendo rientrato, dopo oltre un anno dalla fine della guerra, ho trovato l’organico ed i quadri al completo, per cui ho dovuto impegnarmi molto per trovare la giusta collocazione .
I miei sacrifici, il mio impegno, la mia dedizione , hanno dato il loro frutto , tanto che nel tempo con i vari avanzamenti ( Vice capo Ufficio- Capo Ufficio – Capo ufficio Principale-Assistente di Direzione) nell’anno 1983 fui stato inquadrato nel ruolo di Dirigente di Aziende Industriali. Non ho ritenuto di usufruire dei benefici della Legge 336 ( trattamento per i combattenti) ed ho lasciato il lavoro al compimento dei 66 anni, limite massimo per i lavoratori, con 48 anni di servizio.
Nell’azione del 29 maggio 1944 nella valle del Canneto, rinunciai alla proposta fattami per il passaggio in S.P.E. (Servizio Permanente Effettivo) e sinceramente dico che non me ne sono mai pentito, perché anche nella vita civile ho avuto tante soddisfazioni e raggiunto traguardi di rilievo. Devo però riconoscere che l’esperienza della vita militare è stata per me importantissima, mi ha formato, mi ha insegnato a vivere. Nella civile, oltre al lavoro mi sono interessato di sport a livello dirigenziali, prima nella squadra di calcio aziendale l’Incedit, partecipando a campionato regionali ed interregionali, sono stato presidente dei Comitati Provinciali di Foggia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, negli anni 1960 in poi, sia per i settori Dilettanti che di Lega Giovanile, dirigente dell’Unione Sportiva Foggia dall’anno 1961 all’anno 1967, partecipando ad 1 campionato di Serie C, con promozione in Serie B, due campionati di Serie B e nel secondo con promozione in Serie A (la prima volta che il Foggia conquistava la Serie A).
Nella vita militare oltre alle due decorazioni al Valor Militare mi sono state concesse le cittadinanze onorarie di Rocchetta al Volturno di Cingoli e di Jesi.


Nell’anno 1988 mi è stata conferita la stella al Merito del Lavoro e nel 2007 l’onorificenza di Commendatore all’ordine della Repubblica Italiana.



Tenente Colonnello Giovanni Battista Corvino